
La politica monetaria nell’Area euro è ferma da alcuni mesi, essendo arrivata al livello di neutralità. Il tasso di policy è in linea con il tasso nominale naturale e, in assenza di tensioni sui prezzi, questo livello rimarrà immutato nei prossimi mesi. L’inflazione nell’Area euro è scesa sotto l’obiettivo BCE (1,7% a gennaio 2026) e, nonostante le tensioni geopolitiche, non si stanno manifestando particolari pressioni sui prezzi. Al contempo, il tasso di disoccupazione ha molto rallentato la sua discesa e la crescita è costante su ritmi moderati. Inoltre, l’euro si è apprezzato nei confronti del dollaro e ciò fornisce un’ulteriore protezione contro l’importazione di eventuali shock dei prezzi delle materie prime. Quindi, non si vedono all’orizzonte fattori che possano spingere l’inflazione e ciò permette alla BCE di mantenere inalterato il livello dei tassi di policy. Di conseguenza, in mancanza di nuovi fattori di rischio, la BCE lascerà il tasso di policy su questi livelli o potrà addirittura ridurlo lievemente.
La Federal Reserve, invece, dopo il taglio di 25 punti base di settembre, ha deciso di ridurre ulteriormente i tassi in ottobre e dicembre, per poi fermarsi. Il livello attuale dei tassi sui fondi federali è ancora lievemente superiore al tasso naturale, mostrando una situazione di moderata restrizione. Questa impostazione relativamente attendista dipende dalle politiche erratiche del Presidente Trump, che producono uno scenario incerto, dai dazi, che aumentano il rischio di aumento dei prezzi interni, dagli stimoli fiscali e da un dollaro deprezzato. L’inflazione si sta dimostrando più resistente del previsto (+2,4% a gennaio) e questo ha reso la FED più attendista. Un mutamento in senso più accomodante potrebbe aver luogo sotto la guida del futuro Presidente FED, Kevin Warsh, ma al momento non sembra probabile una forzatura della condotta monetaria rispetto agli andamenti attesi dei prezzi.