
La Banca Centrale Europea ha reagito prontamente alla nuova fiammata inflazionistica, aumentando, già in due occasioni, i tassi di policy e allontanandoli dal livello di neutralità. Questo scenario non era prevedibile nel precedente Rapporto, redatto prima dello scoppio del conflitto in Iran. L’avvio della restrizione monetaria è stato più rapido rispetto a quanto accaduto nel periodo di inflazione post covid. La BCE vuole provare a limitare l’aumento dei prezzi, possibili spirali inflattive e il disancoramento delle aspettative. L’inflazione nell’Area euro è risalita velocemente a causa dell’ascesa dei prezzi delle materie prime energetiche, passando da valori al di sotto del 2% a inizio anno fino al 3,8% a settembre. Al contempo, il tasso di disoccupazione ha molto rallentato la sua discesa ed è fermo da febbraio al 6,4%. La moneta unica si è recentemente deprezzata contro il dollaro, riducendo la difesa contro l’importazione di inflazione. Finché non saranno risolti i fattori di instabilità geopolitica, sia nell’Est Europa che nel Medio Oriente, la BCE dovrà attentamente seguire l’evoluzione dei prezzi e il manifestarsi di pressioni salariali. Di conseguenza, nel nuovo scenario, ipotizzando una situazione difficile, ma in lento miglioramento nei prossimi trimestri, prevediamo un ulteriore mossa restrittiva della BCE nel 2027 e un primo allentamento a 2028 inoltrato.
Più difficile è l’analisi della politica monetaria della Federal Reserve. Il cambio al vertice della banca centrale statunitense ha reso più opaca la comunicazione. La FED ha deciso di aumentare i tassi di policy in una occasione, perché le tensioni sui prezzi delle materie prime energetiche e sui prezzi dei carburanti hanno fatto accelerare ulteriormente i prezzi. Anche in questo caso, quindi, la politica monetaria si muove in un territorio di maggior restrizione. Nei prossimi mesi potrebbe esserci un’impostazione più attendista, perché si avvicinano le elezioni di medio termine, e la FED usualmente evita di intervenire prima delle elezioni, e perché nel mercato del lavoro pare rallentare la domanda di lavoro, riducendo possibili pressioni su salari-prezzi. L’inflazione negli Stati Uniti ha superato il 4% a maggio, per poi attestarsi intorno al 3,5% fino a settembre. Il Presidente Warsh ha ribadito l’intenzione di combattere l’inflazione, quindi, si può ipotizzare che in presenza di ulteriori pressioni inflazionistiche e di prezzi costantemente divergenti rispetto all’obiettivo, la FED tornerà ad intervenire nel corso del 2027.